Eco del Molise - di Stefano Venditti
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La “culpa in educando”

CAMPOBASSo - "Poteva essere una giornata gioiosa ed al contempo formativa quella che un gruppo di scolari del Liceo Scientifico di Bojano avrebbe concluso a Campobasso il 28 gennaio scorso dopo la visita alla mostra sulla Shoah se il loro breve viaggio di istruzione non fosse stato turbato da un grave episodio di violenza. Una di quelle giornate che ognuno di noi ha vissuto nell'allegria e nell'impegno di una lezione tenutasi in un luogo diverso dalla Scuola, interessante e da riporre nel novero dei ricordi più belli. Ebbene, un tale clima di serenità di un gruppo di adolescenti è stato violato ancora una volta da un manipolo di bulli e le cronache locali sono dovute tornare ad occuparsi del fenomeno, che, come indicato nelle precedenti puntate della nostra inchiesta, è ben presente anche in Molise ed ancora lontano dall'essere affrontato in maniera organica ed efficace. I fatti sono noti: cinque o sei ragazzi, di età compresa tra i 14 ed i 15 anni, senza apparente motivo, hanno avvicinato la scolaresca nel pieno centro del capoluogo - nelle immediate vicinanze della stazione ferroviaria - dapprima inveendo e subito dopo aggredendo violentemente alcuni dei componenti il gruppo, fatti oggetto di spintoni, pugni e testate. Nonostante la difesa - legittima - posta in essere dagli aggrediti, due di essi hanno riportato lesioni personali giudicate guaribili in 7 e 3 giorni. Attivate le indagini da parte dei Carabinieri sulla base delle querele sporte dai genitori dei ragazzi feriti il giorno successivo al fatto, ed informata la competente Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, è stato fortunatamente possibile identificare in tempi brevi i responsabili del grave atto. Quali ora gli ulteriori sviluppi giudiziari del caso? Il procedimento penale avviato con la proposizione delle denunce da parte dei genitori ha avuto in un breve lasso di tempo importanti sviluppi: grazie all'azione investigativa dell'Arma si potrà procedere alle necessarie indagini sociofamiliari sui nuclei in cui sono inseriti i minori individuati dai militari che hanno assunto da subito, in considerazione della loro imputabilità, essendo tutti ultraquattordicenni, la posizione di indagati dei delitti di lesioni personali -probabilmente nella loro forma aggravata - e di percosse. Il Servizio Sociale ministeriale competente in tempi brevi relazionerà alla Procura in ordine alle caratteristiche delle loro famiglie, ne individuerà i profili eventualmente devianti, analizzerà il loro cursus scolastico, il possibile impegno lavorativo e la loro vita di relazione. Quale atto successivo, si procederà all'assunzione di informazioni da parte delle persone offese, che saranno chiamate a ricostruire lo svolgimento dei fatti, nonchè all'interrogatorio degli indagati. Qualora al termine di tale attività istruttoria il Pubblico Ministero ritenesse di aver acquisito sufficienti elementi circa la responsabilità penale dei minori, formulerà al GUP la richiesta di fissazione dell'udienza preliminare durante la quale l'Accusa e la Difesa avranno modo di confrontarsi innanzi al Giudice terzo ed imparziale, che potrà adottare uno dei provvedimenti previsti nel processo penale minorile: l'emissione di decreto che dispone il giudizio davanti al Collegio dibattimentale, l'affermazione della irrilevanza del fatto - che ritengo del tutto improbabile in tale episodio nel caso in cui le accuse trovassero conferma - e la messa alla prova. Ho ampiamente illustrato nei precedenti articoli le caratteristiche di questo istituto, ed analizzato altri esiti di processi instaurati per atti di bullismo. In questa puntata dell'inchiesta, voglio invece soffermarmi su alcune delle caratteristiche dell'episodio appena descritto, a mio avviso per un verso pienamente inseribili nelle categorie classiche del fenomeno bullismo e per altro invece davvero particolari per la nostra realtà. Nell'aggressione del 28 gennaio si sono confrontati due gruppi di adolescenti, formati da un numero di ragazzi significativamente differente, solo 6 'bulli' contro 20 loro coetanei, un'intera scolaresca. Siamo quindi in presenza di un ristretto manipolo di minori, privo in questa occasione a quanto sembra di un leader, animati da un sentimento di aggressività nei confronti di loro pari, concretizzatosi in atti di violenza pura senza alcuna logica motivazione. Tutto ciò è pienamente corrispondente alla nozione di bullismo così come generalmente riconosciuta in ambito scientifico: la forza prevaricatrice di un singolo o di pochi soggetti sorretti dalla volontà di dominare gli altri, con agire spesso impulsivo, al fine di mostrare la loro supposta superiorità fisica. Il bullo in tal caso agisce di sorpresa e sfrutta abilmente la ridotta capacita di reazione dei soggetti aggrediti, di cui sa valutare con abilità caratteristiche fisiche e psicologiche. Il gruppo di BoJano, molto probabilmente già affiatato in quanto formato da compagni di classe, ben avrebbe potuto opporre, se organizzato ed aduso a “resistere” ad intense pressioni esterne, una risposta idonea ad impedire la commissione delle violenze, ma invece è stato facilmente sopraffatto, tanto da disperdersi e da lasciare indifesi i ragazzi probabilmente più deboli fisicamente che sono stati poi oggetto dell'aggressione. Sottolineo un'altra caratteristica dell'evento: la totale assenza di una reale motivazione dei bulli, se non quella derivante dall'affermazione della propria volontà di dominio sugli altri, magari perchè a breve distanza dal luogo ove si sono svolti i fatti erano presenti ragazze, al cui cospetto i responsabili 'dovevano' mostrarsi capaci di un'azione 'clamorosa' e soverchiatrice, o, più probabilmente, perchè gli stessi autori dei gesti violenti avevano intenzione di 'marcare' il territorio. Risulta infatti che agli scolari siano state rivolte le frasi: “Che ci fate a Campobasso? Questo è territorio nostro!”. Altre caratteristiche individuabili dell'azione violenta sono costituite, come rilevavo in precedenza, dall'essere tutti gli indagati provenienti dal medesimo quartiere di Campobasso, periferico e non adeguatamente dotato delle necessarie strutture di aggregrazione e socializzazione per i minorenni, nonchè frequentanti lo stesso istituto scolastico, al cui interno sembra che avessero già commesso atti di bullismo. V'è quindi da chiedersi: è possibile che già all'interno della Scuola vengano tempestivamente individuati i soggetti maggiormente propensi alla commissione di condotte prevaricatrici ed all'assunzione del ruolo di bullo, magari sovente provenienti da condizioni familiari educativamente inadeguate, ed adottati con tempestività gli interventi di prevenzione, di recupero o sanzionatori necessari? A mio avviso la risposta è certamente positiva. Sin qui ho descritto gli aspetti che nella quasi totalità dei casi di bullismo è possibile individuare, perlomeno quali atti qualificanti, tipici, della condotta. Vengo ora invece ad altre caratteristiche dell'episodio che, se pur presenti in molte fattispecie simili, sono da considerare “nuovi” per la nostra realtà e dotati di una forte valenza negativa, oltre che preoccupanti per la stessa ordinata convivenza civile. L'aggressione infatti si è svolta nel pieno centro del capoluogo regionale - addirittura, a quanto sembra, a poche decine di metri dalla caserma dei Carabinieri - ed in orario pomeridiano, ancora alla luce del sole. Durante lo svolgimento dell'attacco ben avrebbe potuto transitare ed intervenire una pattuglia delle Forze dell'Ordine in servizio di controllo del territorio, un poliziotto di quartiere, od anche privati cittadini che avrebbero potuto cooperare per impedire la commissione dei fatti, che non sono stati istantanei, ma verosimilmente si sono svolti nell'arco di alcuni minuti. Ciò nonostante, i bulli hanno agito con determinazione e scarso senso di consapevolezza, quantomeno del contesto ambientale entro cui hanno operato, palesando una davvero scarsa percezione delle nozioni di ordine pubblico ed, ovviamente, di rispetto dell'altrui personalità ed integrità fisica. Non si è trattato pertanto di un comportamento posto in essere all'interno di una scuola, o di un luogo affollato, ove è molto più semplice colpire e dileguarsi con la quasi certezza di poter essere individuato esclusivamente dal soggetto leso, ma non da coloro che sono deputati alla vigilanza del gruppo di minori (insegnanti, personale scolastico, genitori, tutori dell'ordine), ma di una violenza perpetrata in un ambito molto più vasto che però non ha fermato la voglia di autoaffermazione violenta. E' ben possibile che la scelta della scolaresca di BoJano sia stata casuale, e che, in mancanza di tale “bersaglio”, gli indagati avrebbero commesso condotte diverse, ma sempre connotate da intenti prevaricatori ed oppositivi, ma è evidente che tale considerazione non può in alcun modo portare a sminuire la portata dell'evento. Occorre però anche sottolineare con forza la buona capacità di reazione successiva alle violenze, segno dell'esistenza di una società civile sana: i ragazzi feriti si sono efficacemente confrontati con i propri genitori, hanno trovato capacità di ascolto e comprensione a riprova, ove ve ne fosse ancora bisogno, dell'indispensabile ruolo della famiglia, ed hanno determinato con le loro dichiarazioni, consacrate in formali denunce ai Carabinieri, l'identificazione dei presunti bulli e l'instaurazione di un procedimento penale. Tale procedimento potrebbe essere seguito da altri di natura civilistica finalizzati al risarcimento dei danni subiti (non reclamabili all'interno del processo penale minorile), cui sarebbero chiamati a partecipare anche i genitori dei responsabili per eventuale “culpa in educando”. Infatti, dei danni causati a terzi da minorenni i genitori rispondono per non aver impartito ai propri figli un’educazione adeguata a prevenire comportamenti illeciti. Nell’opera educativa l’adulto deve adeguatamente vigilare in ordine al grado di assimilazione dell’educazione impartita, avviare il minore a una corretta vita di relazione, sorvegliare la condotta dello stesso. Essere sempre pronto a decodificare le probabili inclinazioni alla violenza. Non ci si è quindi alla fine lasciati intimidire dalla forza di un gruppo di violenti, non ci si è chiusi nel silenzio, ma sono state coinvolte le Istituzioni dello Stato competenti che hanno operato con efficacia a tutela dei soggetti lesi, impedendo con tutta probabilità la reiterazione di condotte devianti da parte dei ragazzi identificati. Mi chiedo in conclusione: possiamo correre il rischio che anche nella piccola dimensione territoriale del Molise, del tutto priva di realtà urbane irrilevanti sotto il profilo demografico - e quindi con la possibilità di un intenso controllo sociale - ed anche della presenza di una vera criminalità organizzata quale quella che purtroppo affligge da troppo tempo alcune delle regioni confinanti, possa essere consentito il radicamento di un fenomeno così negativo per una civile convivenza e per la serena crescita dei nostri figli? Le capacità di risposte efficaci nel tessuto civile a mio parere ci sono e possono validamente contribuire ad impedire l'ulteriore diffondersi del bullismo ed anzi a farlo concretamente regredire. A questo ed alle iniziative specifiche da adottare, sarà dedicata la prossima puntata della nostra inchiesta."
Nunzia Lattanzio già Giudice Onorario del Tribunale per i Minorenni di Campobasso e del Tribunale di Sorveglianza di Bari, Pedagogista, specializzata in Criminologia generale e penitenziaria, Grafologo giudiziario, Tutore Pubblico dei Minori del Molise.


18 / 04 / 2008

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