Eco del Molise - di Stefano Venditti
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Bullismo che fare?

CAMPOBASSO - Conflitti in famiglia, nella scuola, negli ambiti comunitari sono realtà presenti nella vita di ciascun ragazzo e sono esperienze che , se negative, lasciano segni profondi nel percorso della crescita e possono condizionare pesantemente la quotidianità sia individuale che sociale. Uno " spazio" importante va dato al ” progetto di vita” di ciascun ragazzo che per crescere in modo consapevole ha bisogno di tutta la comunità. La scuola in tale ottica diventa un luogo determinante per la ricerca delle problematiche e per la “cura”. In riferimento a tale premessa un gruppo di esperti propone una conferenza, che vuole essere un punto di partenza per un percorso formativo-attivo. La conferenza ha lo scopo di formare e informare Genitori, Docenti, personale Ata e tutti coloro che si occupano dell’educazione e dello sviluppo dell’individuo (nonni, tutori etc.) vuole essere un momento di riflessione, una pausa costruttiva di un percorso è l’inizio di un “nuovo modo di affrontare il tema educativo”, che si può tradurre in un progetto di rete, di lunga durata (biennale, triennale…) a seconda delle esigenze, delle dinamiche riscontrate, dei bisogni).
In che modo intende portare avanti il suo lavoro con gli adolescenti?
L’assunto centrale del mio lavoro è stato ed è quello di fortificare la prevenzione e l’educazione di adolescenti e preadolescenti, attraverso una serie di interventi da svolgere soprattutto in ambito scolastico, direttamente con i ragazzi, in sinergia con altri esperti sul campo e con la collaborazione di insegnanti, personale ATA e genitori.
Quale realtà adolescenziale è importante conoscere, secondo lei?
Nella mia esperienza ho constatato che nella relazione di aiuto agli adolescenti viene posto in secondo piano “il disagio silenzioso”, raccogliendo con questa espressione quelle fonti di sofferenza distribuite nella quotidianità che non producono, da parte di chi la vive, gesti o reazioni dirette molto visibili esternamente, ma che possono procurare difficoltà di non poco conto. Ciò per dire che piccole esperienze negative possono “far molto male” e non produrre, però, segnali evidenti di rottura verso l’esterno; la lunga esposizione a queste influenze negative può produrre condizionamenti di vita di difficile sradicamento successivo. L’azione e la conoscenza nei confronti di questo aspetto del disagio giovanile – minorile si impone, dunque, non solo dal punto di vista preventivo, ma ancor più della tutela dei diritti.
Perché gli adolescenti sono spesso proiettati verso il rischio?
Secondo molti autori, l’assunzione di rischi è parte integrante di un normale percorso di crescita e permette di sviluppare la propria identità di individuo. Il problema degli adolescenti spesso consiste nel non poter disporre, in una fase di formazione della personalità, di strumenti interpretativi che consentano loro di leggere correttamente la realtà, per integrarsi ed interagire con essa, in modo da scegliere esperienze di assunzione del rischio che siano positive e a sostegno del benessere.
Perché la dimensione del rischio è importante in adolescenza?
Accettare di prendersi un rischio può talvolta avere il valore di assecondare delle spinte evolutive. In questo senso, l’adolescente è per definizione portato a rischiare, perché deve capire chi è e chi sceglierà di essere, al di là di un’immagine elaborata fino ad allora in seno alla famiglia. Se, da un lato, è proprio la funzione protettiva della famiglia ad impedire al ragazzo di confrontarsi con se stesso, dall’altro le influenze culturali dei mass media pongono spesso l’adolescente di fronte a modelli non salutari, perché “normalizzano” alcuni comportamenti, quali l’abuso di sostanze, il consumo di alcol e tabacco e, inoltre, definiscono canoni di bellezza e successo difficilmente raggiungibili, che incidono sull’autostima dei ragazzi e accentuano il bisogno di controllo,per esempio, sul proprio peso corporeo, favorendo lo sviluppo di disturbi del comportamento.
Nelle sue esperienze ha potuto riscontrare differenze rispetto alle opinioni comuni diffuse sul disagio giovanile?
Per rispondere a questa domanda occorrerebbe innanzitutto definire cosa si intende per opinioni comuni sul disagio. Quello che posso dire è che generalmente i giornali o i media sono sensibilizzati sulle grandi tematiche del disagio dai fatti di cronaca . Il mio lavoro, invece, fornisce un percorso trasversale sui comportamenti in adolescenza. Più che appartenere all’area della devianza, infatti, l’adozione di comportamenti a rischio da parte dei ragazzi testimonia il ricorso a percorsi disfunzionali, a fronte della necessitàdi “mettersi in gioco” e “sperimentarsi” nel rischio. Mentre gli adulti spesso descrivono gli adolescenti come maleducati o privi di valori, i ragazzi raccontano la loro difficoltà e assenza di strumenti per affrontare il problema di crescere, convivere con il loro corpo e misurarsi con gli altri.
Quali potrebbero essere gli strumenti di aiuto?
Gli strumenti di aiuto possono essere tanti, da quelli più conosciuti, come il colloquio clinico, quello di gruppo, l’intervista narrativa, i video, il gioco proiettivo……a quelli meno conosciuti che il conduttore costruisce in base alla realtà scolastica e alle problematiche, cercando di partire da indicatori quanto più possibili vicini al vissuto.
Sempre più spesso si sente parlare di “bullismo”, cosa si può fare concretamente nelle scuole ?
Prima di tutto bisogna diffondere una appropriata conoscenza in tutto il mondo scolastico del significato profondo di tale fenomeno, che affonda le sue radici nel “disagio silenzioso” di cui parlavo prima, e usare un approccio ecologico-sistemico, attraverso la messa in atto di progetti che coinvolgano la scuola e le iniziative di comunità, volte a potenziare l’attenzione attraverso training, video, opuscoli informativi,incontri…In secondo luogo, per combattere questo fenomeno, le scuole devono attuare un programma pluriennale di intervento, avvalendosi di persone esperte, che abbiano esperienza in tale ambito.Infine è da evidenziare che tutta l’esperienza relazionale che si compie dentro la scuola e nelle sue immediate vicinanze (cortile, bagni, scuolabus…) diventa occasione di prevenzione.
Gli interventi preventivi vengono effettuati sul gruppo o sul bullo?
L’intervento pedagogico individuale è inefficace, un intervento preventivo è rivolto a tutti gli alunni e non direttamente ai bulli e alle loro vittime, perché il bullo non è motivato al cambiamento e le sue azioni non sono percepite da lui come un problema.
Chi è il Bullo?
Il bullo è un debole, è “un primitivo delle relazioni umane”, è colui che ha difficoltà ad ascoltare il proprio interlocutore, di capire le sue ragioni e di sentire le sue emozioni.
Giorgina Di Ioia, Docente dell’Istituto “Pittarelli” Pedagogista Clinico e Giudice Onorario minorile presso la Corte d’Appello presso il Tribunale di Campobasso


29 / 04 / 2008

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